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Giovedì, 25 Settembre 2014 06:00

"Sharing is not a crime!" Open Access e risorse scientifiche In evidenza

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“Sharing is not a crime!” scrive nella sua lettera aperta, sorta di memoria difensiva, il biologo ventiseienne Diego Gomez. "Sharing is caring" recitava un felice detto, divenuto poi slogan di molte battaglie per il libero accesso ai saperi. "Condividere è prendersi cura" in una impacciata traduzione italiana.

 

Se la connessione tra condividere e prendersi cura può sembrare ad alcuni difficile da scorgere nei casi di pirateria di musica di consumo o film blockbusters, abituati come siamo dalla retorica dell'industria dell'intrattenimento a considerarli oggetti da vendere, comprare e consumare (e di conseguenza rubare, copiare e contraffare), questa diviene a mio avviso più lampante e la sua difesa forse più unanime, quando i contenuti in questione appartengono alla ricerca scientifica.

La scienza, ci viene insegnato a scuola, è innanzi tutto una comunità di ricercatori che condividono un metodo di indagine, il metodo scientifico appunto. Scienziato è colui disposto a seguire questo metodo, garantire la trasparenza delle condizioni di ricerca e diffondere i risultati, consentendo la ripetibilità e quindi verificabilità di ogni ricerca. E' molto importante (direi essenziale) per la prosperità della scienza quindi, che la condivisione e circolazione di risultati, studi, considerazioni e ipotesi, sia sempre garantita, al di la di questioni di proprietà o di sfruttamento commerciale.

Senza inoltrarci ancora nella questione dei brevetti in campo scientifico, presentiamo una storia che ci sembra, al di la del caso singolo, e nell'assoluta complessità della materia, sollevi alcune questioni interessanti, relativamente ad accessibilità dei saperi, condivisione e proprietà intellettuale in campo scientifico, e forse non solo.

Diego Gomez è un giovane biologo colombiano, laureando specialistico, che si vede trascinare a processo, minacciato da multe miliardarie e fino a otto anni di prigione, per aver condiviso su internet, per altri colleghi studenti, una tesi di laurea di un altro ricercatore, senza alcun fine di lucro. Indipendentemente da come finirà il processo ancora in corso (qui alcune considerazioni in spagnolo di Alberto J. Cerda Silva, dottorando in diritto informatico presso l'università del Chile, e qui un articolo in inglese di EFF per chi volesse approfondire la storia), mi pare la questioni sollevi almeno tre considerazioni importanti:

  1. Come si è già detto la scienza è in primo luogo una comunità, nella quale ogni scoperta è possibile solo grazie alla disponibilità di ogni scoperta o ipotesi precedente e contemporanea. Ogni tassello della conoscenza scientifica è sempre in dialogo con la totalità della sua conoscenza, in un'idea di creazione derivata incessante. Restringere l'accesso a una parte, significa di fatto minacciare l'esistenza stessa di questa comunità. In questo momento, come mai in passato si sta ponendo un conflitto molto serio tra il diritto allo sfruttamento economico di conoscenze, ricerche e scoperte (sia esso di privati autori o di industrie) e il diritto alla diffusione, accessibilità e condivisione dei saperi scientifici.

  2. I luoghi dove questi saperi si sviluppano in larga parte, le università pubbliche di tutto il mondo, non stanno reagendo in maniera uniforme a questo conflitto con un rafforzamento delle tutele di accessibilità e diffusione, come ad esempio l'adozione diffusa delle licenze open per la pubblicazione dei risultati. Nella stragrande maggioranza dei casi, i materiali accademici (papers), scientifici e non, sono ancora pubblicati in riviste o collettori di contenuti (repositories) a pagamento e tipicamente i singoli ricercatori non hanno accesso agli stessi database se non grazie alle sottoscrizioni salate pagate dalle università che possono permettersele, e ne restano privati immediatamente al di fuori del mondo accademico (motivo questo che portò Aaron Swartz a “rubare” e rendere quindi accessibili molti documenti di uno di questi collettori). Anche laddove i contenuti fossero raggiungibili, il regime di copyright è ancora piuttosto diffuso, sia per interesse diretto, sia per semplice ignoranza di forme di licenza meno restrittive che tutelino fair use e usi non lucrativi.

  3. Esiste una totale parzialità della giurisprudenza attuale, dovuta alle forti pressioni lobbistiche esercitate dai detentori dei diritti di sfruttamento commerciale dei saperi scientifici, a tutto favore di questi ultimi. Siamo in un momento storico nel quale spetta a tutti gli attori di quelle istituzioni che lavorino nell'interesse del bene comune (autori, ricercatori, università, fondazioni) doversi inventare strategie e metodologie nuove per la tutela non DELLA proprietà intellettuale, ma piuttosto DALLA stessa.

Ci sembra per questo importante d'ora in avanti, dedicare uno spazio crescente in questo blog a considerazioni che riguardino l'accesso ai saperi in campo scientifico, senza limitarci al classico caso dell'industria dell'intrattenimento, perché crediamo che li si nasconda una importantissima battaglia del diritto futuro.

 

Postilla d'aggiornamento: qualche giorno fa Today EFF, Creative Commons, Right to Research Coalition, e Open Access Button hanno lanciato una petizione per aiutare la consapovolezza sulla situazione di Diego, per promuovere una gestione ragionevole del suo caso e di altri simili, e in generale per sostenere pratiche e policies di open access. Vi invitiamo a firmare!

Letto 5368 volte Ultima modifica il Giovedì, 18 Dicembre 2014 21:58
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